Il nuovo sfidante di Obama
Non è solo un “rimbalzo” Romney ha trovato l’aura presidenziale
William Kristol, intellettuale neocon e direttore del settimanale Weekly Standard, osserva il rimbalzo di Mitt Romney nei sondaggi e gongola, perché, dice al Foglio, “il ‘bounce’ è soltanto l’effetto superficiale di una tendenza più solida”. “Circa metà degli elettori – continua Kristol – ha guardato il dibattito di mercoledì scorso, stravinto da Romney, ed è stata la prima occasione in cui gli americani hanno potuto assistere a un reale confronto in diretta, fuori dagli schemi dei discorsi confezionati o dalle convention, che sono eventi pianificati nei minimi dettagli.
11 AGO 20

New York. William Kristol, intellettuale neocon e direttore del settimanale Weekly Standard, osserva il rimbalzo di Mitt Romney nei sondaggi e gongola, perché, dice al Foglio, “il ‘bounce’ è soltanto l’effetto superficiale di una tendenza più solida”. “Circa metà degli elettori – continua Kristol – ha guardato il dibattito di mercoledì scorso, stravinto da Romney, ed è stata la prima occasione in cui gli americani hanno potuto assistere a un reale confronto in diretta, fuori dagli schemi dei discorsi confezionati o dalle convention, che sono eventi pianificati nei minimi dettagli. Sul palco c’erano semplicemente Obama e Romney, senza ulteriori filtri, e lo sfidante ha dimostrato di essere all’altezza, anzi di poter annichilire il presidente. Psicologicamente è un fatto enorme, e si riflette nei sondaggi”. Il sondaggio del Pew Research Center che dà Romney in vantaggio di quattro punti nel bacino dei “likely voters” (elettori non affiliati a un partito ma che probabilmente si recheranno alle urne il 6 novembre) è “devastante”, come ha scritto il tifoso di Obama Andrew Sullivan sul Daily Beast, anche perché prima del dibattito di Denver il presidente guidava con ampio margine la stessa previsione. Real Clear Politics, che calcola la media di tutti i sondaggi più importanti, dà Romney in leggero vantaggio. Per Romney ora si tratta di promuovere il “momentum” elettorale a tendenza consolidata nelle quattro settimane scarse che lo separano dalle elezioni. “Deve convincere gli elettori – dice Kristol – che quella di Obama non è stata soltanto una serata storta. L’unica via è guardare avanti, trasmettere un’idea presidenziale, non finire nella trappola della battaglia quotidiana, che avvantaggia Obama, ma proporre un messaggio solido. Il discorso di politica estera di lunedì va in questa direzione, perché accanto alle critiche verso il presidente c’erano idee credibili”. Niente rimbalzi e serate storte, dunque, ma vera ripresa, che secondo Mike Allen e Jim VandeHei di Politico è anche farina del sacco famigliare di Romney. Da quando moglie e figli, specialmente il primogenito Tagg, si sono immersi nella campagna marginalizzando i cattivi consiglieri, il candidato ne ha guadagnato in umanità e capacità di veicolare il messaggio politico.
Sulla traiettoria del ragionamento di Kristol si trova anche Michael Barone, analista del think tank conservatore American Enterprise Institute e curatore dell’almanacco della politica americana che ogni due anni spiega la macchina elettorale distretto per distretto, contea per contea: “Romney ha esposto i suoi argomenti in modo presidenziale a Denver e sta continuando a farlo. Sono convinto che non si tratta di una reazione temporanea. Era soltanto questione di trovare il fulcro su cui fare leva per cambiare la partita”.
Se i sondaggi nazionali segnalano una svolta positiva per Romney, quelli locali erano concordi nel dichiarare Obama in vantaggio negli swing state, dove si vincono le elezioni. Barone fa notare però che anche lì qualcosa sta cambiando: “E’ vero che in Ohio le indicazioni non sono buone per Romney, ma gli ultimi dati in Michigan e Pennsylvania, stati che tutti già attribuivano a Obama, dicono che Romney ha soltanto qualche punto di svantaggio e improvvisamente sono diventati contendibili”. E l’ultimo sondaggio di Rasmussen, istituto tradizionalmente vicino ai repubblicani, dice che lo sfidante è in vantaggio anche negli stati in bilico. Leggermente più prudente invece il columnist del Washington Examiner Tim Carney, critico feroce di Obama, che vede nella riscossa di Romney un limite strutturale: “Romney può vincere queste elezioni – dice al Foglio – ma Obama è ancora il favorito. Lo sfidante non ha quasi nessuna possibilità di arrivare alla Casa Bianca se non conquista l’Ohio, e lì è ancora troppo indietro nei sondaggi”. A sinistra la tecnica più diffusa per ridurre la resurrezione di Romney a un sussulto temporaneo, un’involontaria contrazione dei muscoli, consiste nel presentare la svolta moderata e presidenziale come troppo tardiva. Un rimbalzo non può cancellare una campagna elettorale debole, farraginosa e inappetibile per gli indipendenti, scrive Jonathan Cohn del settimanale New Republic, e presenta la serie di contraddizioni di un candidato che dopo mesi di invocazioni ai tagli fiscali per tutti ora cerca di dare una spallata a Obama presentandosi come il difensore della middle class; l’uomo della crescita economica opposto all’assistenzialismo depressivo di un presidente che in tempi sospetti dichiarava il suo amore per la “redistribuzione”; il governatore che nel liberal Massachusetts ha fatto riforme bipartisan con un Congresso statale dominato dai democratici. Ma per molti conservatori questo è il momento in cui Romney sta esplicitando la sua vera natura, non un calcolato flip-flop per blandire l’America moderata.
Se i sondaggi nazionali segnalano una svolta positiva per Romney, quelli locali erano concordi nel dichiarare Obama in vantaggio negli swing state, dove si vincono le elezioni. Barone fa notare però che anche lì qualcosa sta cambiando: “E’ vero che in Ohio le indicazioni non sono buone per Romney, ma gli ultimi dati in Michigan e Pennsylvania, stati che tutti già attribuivano a Obama, dicono che Romney ha soltanto qualche punto di svantaggio e improvvisamente sono diventati contendibili”. E l’ultimo sondaggio di Rasmussen, istituto tradizionalmente vicino ai repubblicani, dice che lo sfidante è in vantaggio anche negli stati in bilico. Leggermente più prudente invece il columnist del Washington Examiner Tim Carney, critico feroce di Obama, che vede nella riscossa di Romney un limite strutturale: “Romney può vincere queste elezioni – dice al Foglio – ma Obama è ancora il favorito. Lo sfidante non ha quasi nessuna possibilità di arrivare alla Casa Bianca se non conquista l’Ohio, e lì è ancora troppo indietro nei sondaggi”. A sinistra la tecnica più diffusa per ridurre la resurrezione di Romney a un sussulto temporaneo, un’involontaria contrazione dei muscoli, consiste nel presentare la svolta moderata e presidenziale come troppo tardiva. Un rimbalzo non può cancellare una campagna elettorale debole, farraginosa e inappetibile per gli indipendenti, scrive Jonathan Cohn del settimanale New Republic, e presenta la serie di contraddizioni di un candidato che dopo mesi di invocazioni ai tagli fiscali per tutti ora cerca di dare una spallata a Obama presentandosi come il difensore della middle class; l’uomo della crescita economica opposto all’assistenzialismo depressivo di un presidente che in tempi sospetti dichiarava il suo amore per la “redistribuzione”; il governatore che nel liberal Massachusetts ha fatto riforme bipartisan con un Congresso statale dominato dai democratici. Ma per molti conservatori questo è il momento in cui Romney sta esplicitando la sua vera natura, non un calcolato flip-flop per blandire l’America moderata.
Ross Douthat, opinionista conservatore del New York Times che non è mai salito sul carro degli entusiasti di Romney, ha fatto al candidato nella sua nuova versione post dibattito il miglior complimento possibile: sembra in grado di guidare un partito che dal 2006, il secondo midterm di George W. Bush, convive con un gigantesco problema di leadership che ha aperto la strada a una pletora di “pundit” populisti: “Non puoi guidare un partito ripudiando la base o facendo campagna contro l’ideologia che la domina. Ma puoi guidarlo canalizzando le passioni della base verso un progetto costruttivo, e reinterpretando le idee del partito perché s’accordino meglio con le sfide del presente”. E’ per questo cambio di prospettiva, sostiene Douthat, che la rimonta di Romney non è un accidente isolato, piuttosto la conseguenza di un processo ideale ed elettorale. E la metamorfosi da candidato meccanico a leader presidenziale, benedetta da un rimbalzo che presto arriverà alla prova di altri dibattiti e infine dell’urna, per David Brooks, l’altro conservatore del New York Times, è anche un fatto di antropologia della leadership, perché Romney è “riuscito a rompere con gli stereotipi del suo partito e ha iniziato a presentare una versione più autentica di se stesso”. Il dibattito vincente, la trama famigliare, il lavoro dietro e davanti alle quinte del navigato Ed Gillespie, l’isolamento di Stuart Stevens, consigliere al quale vanno attribuite diverse ingenuità di questa campagna elettorale, e la remissività di Obama sul palco di Denver concorrono al racconto di una rimonta che negli ambienti conservatori, anche quelli più freddi verso il Romney visto fino a una settimana fa, è molto più di un semplice rimbalzo.